Chi conosce la fatica quotidiana di una onesta comunicazione del “mistero” capirà perfettamente il sottotitolo (in un certo senso un po’ ambizioso, lo ammetto) di questa raccolta.
Il canto d’altra parte, non è una formula magica. L’idea che “cantarlo” sia più facile che “dirlo” è semplicemente falsa. Ciò che è vero invece - secondo la mia convinzione - è che il canto è capace di occupare uno spazio originale e indispensabile di mediazione tra la parola e il silenzio: i due atteggiamenti essenziali dell’incontro con il “mistero”. Ma per poter realizzare questa sua possibilità il canto deve essere lungamente preparato, accompagnato e seguito dalla parola e dal silenzio. Naturalmente parlo del canto che cerca, nelle forme più varie, di esprimere il “mistero”: che dunque non potrà essere usato con leggerezza come espediente, suggestione, pretesto, riempitivo.
I canti di questa raccolta cercano la loro strada in questa direzione. Non sono fatti per sostituire il lavoro intelligente della parola o per evitare l’ascolto di quel silenzio che solo può farne percepire il senso ultimo. Essi sperano unicamente di servire ad esprimere la gioia di una rinnovata scoperta di quella verità inaudita che, nel “mistero”, si rivela: l’indicibile tenerezza di Dio appunto, che sempre ci sorprende.
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